giovedì, agosto 17, 2006

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Mafia, Talpe Dda: Cuffaro rinviato a giudizio Il presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro, è stato rinviato a giudizio dal Giudice dell'udienza preliminare Bruno Fasciana. Nell'inchiesta sulle 'Talpe alla Dda', è accusato di aver favorito Cosa nostra. La prima udienza del processo è stata fissata per il primo febbraio 2005. Il gup ha rinviato a giudizio anche tutte le altre 12 persone coinvolte a vario titolo nell'inchiesta. Affari e politica che si intrecciano nei dialoghi dei mafiosi intercettati nell'inchiesta, insieme alle minacce: «Se lui sale e poi non si mette sugli attenti - dicono i mafiosi - per ogni 'carcagnata 'nto mussu che si devono prendere, tu neanche hai idea!». Il governatore di Sicilia Totò Cuffaro alla sbarra per mafia 02.11.2004 di Marzio Tristano PALERMO. Ad un anno dall'avvio della maxi-inchiesta su mafia e politica il gup di Palermo Bruno Fasciana spedisce sul banco degli imputati il Presidente della regione siciliana, Salvatore Cuffaro, con l'accusa di avere favorito Cosa Nostra. In che modo? Rivelando notizie riservatissime su indagini in corso che Cuffaro ha appreso da non identificati ambienti istituzionali. Per il governatore cade il reato di rivelazione di segreto d'ufficio, per il quale il gup ha disposto il non luogo a procedere, ma appare solo un fatto tecnico. Due le ipotesi: il magistrato lo ha ritenuto assorbito dal favoreggiamento, oppure, in quanto destinatario delle confidenze poi «girate», secondo l'accusa, ai mafiosi, non ritiene Cuffaro direttamente responsabile della violazione. Si saprà tra una ventina di giorni con il deposito delle motivazioni. Poi la prima udienza, il 1° febbraio. Con il presidente della Regione il gup ha rinviato a giudizio altre 12 persone (medici, investigatori antimafia, un gioielliere, un vigile urbano, un consigliere comunale dell'Udc, un investigatore privato, funzionari dell'Ausl e un imprenditore ritenuto prestanome del boss Provenzano), tutti anelli di una efficiente catena informativa, protagonisti di un'«attività di infiltrazioni di Cosa Nostra nei settori più diversi delle società e delle Istituzioni», scrivono i pm di Palermo, finalizzata anche alla «sistematica rivelazione agli uomini dell'organizzazione mafiosa delle attività di indagine dei carabinieri del Ros, a cominciare da quelle mirate alla cattura di Bernardo Provenzano». Dimissioni: chi, io? «Accolgo con moderata soddisfazione il fatto incontrovertibile che le accuse a mio carico siano state dimezzate dal gup - detta alle agenzie il presidente - il processo sarà la sede naturale per dimostrare la mia completa estraneità agli addebiti rimasti ancora in piedi». Anzi, il rinvio a giudizio sarà l'occasione per distinguersi da altri imputati «eccellenti» della sua stessa coalizione nazionale: «Affronterò il processo con animo assolutamente sereno e con grande determinazione - dice - . In questo senso ho sempre avuto chiaro che occorre difendersi nel processo e non dal processo». Anche perchè una parte del suo partito, l'Udc, lo ha già assolto: «Desidero confermare ancora una volta all'amico presidente Salvatore Cuffaro la convinzione mia e di tutti i Senatori dell'Udc che più si procede nell'accertamento della verità dei fatti e più risalta la sua complessiva innocenza», ha dichiarato il Presidente dei Senatori Udc D'Onofrio. Chiosa invece Leoluca Orlando: «Ho detto da tempo e ribadisco oggi che Cuffaro è culturalmente e politicamente inadeguato a governare la Sicilia, che grazie al suo governo e alla sua maggioranza è tornata ad essere identificata nel mondo con l'affarismo e la politica più sporchi». Affari e politica che si intrecciano nei dialoghi dei mafiosi intercettati nell'inchiesta, insieme alle minacce: «Se lui (Cuffaro, ndr) sale (viene eletto, ndr) e poi non si mette sugli attenti - dicono i mafiosi - per ogni 'carcagnata 'nto mussu (calcio in bocca, ndr) che si devono prendere, tu neanche hai idea!».

Fondi Ue, arrestato capogruppo Ds in Calabria

Franco Pacenza, 48 anni capogruppo dei Ds nel Consiglio regionale della Calabria, è stato arrestato mercoledì dalla Guardia di Finanza di Cagliari, dove si trovava in vacanza con la famiglia. L´arresto di Pacenza, infatti, si inquadra all´interno dell´inchiesta condotta dalla Guardia di Finanza di Rossano Calabro e Cosenza e del Comando Provinciale di Cosenza, che nel giugno scorso aveva già portato in carcere quattro persone accusate di aver avuto ruoli all´interno di una truffa internazionale finalizzata allo sfruttamento dei fondi europei. Due aziende tedesche infatti (la Sensitec per la produzione di sensori per i contatori del gas e la Printec, azienda per la produzione di materiale di cancelleria) erano sbarcate nell´area industriale di Corigliano assumendo 80 persone e intascando un finanziamento di 6 milioni e 470 mila euro dal Fers, il fondo per lo sviluppo regionale. Gli imprenditori tedeschi, secondo l´accusa, avevano messo in piedi le due aziende attraverso un vorticoso giro di fatturazioni false o inesistenti, acquistando, fra l´altro, macchinari fatiscenti. Quindi avevano incassato i soldi, senza mai avviare la produzione. Ed erano state proprio le proteste degli operai assunti e mai impiegata dare impulso alle indagini delle Fiamme Gialle che avevano portato ai quattro arresti di giugno, a carico di professionisti che facevano parte dell´equipe di collaudo che, su incarico della banca accreditata, doveva certificare la regolare esecuzione dei lavori per ottenere i fondi europei. I quattro sono accusati di aver omesso i controlli formulando parere favorevole per l´erogazione dell´ultima rata del finanziamento comunitario. Dopo l´operazione, i militari avevano anche avviato le procedure di rogatoria internazionale per interrogare l´amministratore delegato delle due aziende, un cittadino tedesco residente a Hangen. Franco Pacenza, eletto per la Quercia nella circoscrizione di Cosenza, ha 48 anni e una lunga carriera di sindacalista nelle file della Cgil alle spalle. Nella scorsa legislatura ha ricoperto l´incarico di Segretario della Commissione contro il fenomeno della mafia in Calabria.

Ieri è morto Alfredo Stroessner. Aveva 94 anni, viveva in Brasile ma era paraguaiano. Chi era? Un dittatore latino-americano. Anzi, potremmo dire che è stato il capostipite dei dittatori che nella seconda metà del 900 hanno trasformato l’America Latina in una specie di campo di concentramento insanguinato. Stroessner andò al potere nel maggio del 1954, rovesciando il governo di Federico Chavez (la coincidenza dei nomi che tornano...) con una sollevazione militare, e restò in sella per più di 35 anni. Il suo regime - tra gli anni sessanta e i settanta - fu il punto di riferimento per tutta l’attività golpista internazionale che si sviluppò attorno alla famosa operazione-Condor, guidata dagli Stati Uniti. L’operazione-Condor consisteva in trame segrete, assassinii, sequestri, e poi colpi di Stato, eseguiti con l’appoggio della Cia (cioè dei servizi segreti degli Stati Uniti) che in breve tempo fecero scomparire dall’America Latina ogni traccia di democrazia e seminarono migliaia di morti e di desaparecidos. Il ruolo degli Stati Uniti in quelle operazione di annientamento della legalità fu diretto. L’uomo che più si impegnò nell’organizzare i colpi di stato, e poi la persecuzione dei dissidenti (torture, detenzione in condizioni disumane, assassinii eseguiti in varie parti del pianeta, compresa Washington, compresa Roma) fu il segretario di Stato Usa Henry Kissinger (presidenza Nixon). La Cia ebbe un ruolo fondamentale e allora era diretta da un signore che si chiamava George Bush (1976-1978) il quale costruì su quella sua attività gran parte della fortuna politica personale e poi della propria famiglia. L’operazione Condor in pochi anni travolse l’Uruguay, il Brasile, la Bolivia, il Cile e l’Argentina. Gli Stati Uniti misero in piedi l’operazione-Condor - con l’aiuto di Stroessner e di altri - attuando una vecchia dottrina politica, elaborata ai primi dell’ottocento da uno dei primi presidenti americani, James Monroe - un liberale - il quale sosteneva che l’America Latina doveva essere considerata “il cortile di casa degli Stati Uniti“ (frase notissima), e che quindi non doveva godere di autonomia né politica né economica. Si è sempre parlato pochissimo delle dittature in America latina e dell’operazione Condor. Eppure quelle dittature sono state una faccia del liberismo americano. Non erano una degenerazione: erano lo sviluppo conseguente di alcune teorie politiche e di una idea di sviluppo globalizzato. Il titolo di questo editoriale dice: Castro e Stroessner. Che c’entra Castro? Siccome in questi giorni si stanno svolgendo molte polemiche attorno alla figura di Castro, la notizia della morte di Stroessner ci ha fatto ritornare alla mente quegli anni e quei fatti. E ci ha fatto pensare che è difficile giudicare il regime cubano e l’attività di Fidel Castro senza tener conto del luogo del mondo dove si è realizzata la rivoluzione cubana e dell’atteggiamento politico, spionistico e militare degli Stati Uniti. Cuba, dal 1959 fino alla metà degli anni ’90, ha vissuto in un continente completamente militarizzato, asservito agli Usa, e ha dovuto fare i conti con un embargo e con un blocco economico che hanno rischiato di strangolarla. L’altro giorno, su questo giornale, Pietro Ingrao ha criticato Bertinotti e Giordano per il saluto amichevole inviato a Fidel Castro in occasione della sua malattia e del suo ottantesimo compleanno. Dice Ingrao, che è il più prestigioso esponente della sinistra italiana: "A Cuba c’è una dittatura". Abbiamo ricevuto moltissime lettere - e alcune le pubblichiamo - di critica verso la dichiarazione di Ingrao. Eppure Ingrao ha ragione: a Cuba non c’è la libertà. E questo è l’elemento che rappresenta perfettamente lo scarto fortissimo che divide l’idea che tutti noi abbiamo avuto e abbiamo della rivoluzione cubana - delle speranze che ha suscitato, dei sogni, delle passioni che ha mosso - e la situazione concreta, di oggi, della società che si è realizzata in quell’isola. E’ o no la libertà un principio irrinunciabile per la sinistra moderna che noi vogliamo costruire? Credo di sì, che lo sia. E quindi escludo che il castrismo possa essere un modello per noi. Credo che vada criticato, anche con severità, e che continuamente vada indicata ai dirigenti cubani questa urgenza: che sia ripristinata la libertà, che sia consentito il dissenso, che si apra la politica e la gestione del potere ad un sistema pluralista di idee. Il rischio è quello di trasformare questa denuncia in una “liquidazione”. Che cancelli tutte le sfumature. Che ignori il contesto e non dia il peso che merita - nella storia - allo scontro tra la piccolissima e fragile Cuba e l’arrogante potenza degli Stati Uniti. Non si può aggirare questo nodo. E quando i giornali ci raccontano che Chavez è andato a trovare Castro, e che Frei Betto, e Lula, e Morales e tantissimi altri protagonisti della primavera sudamericana, sono stati lì, a solidarizzare e a portare affetto, non possiamo non chiederci il perché. E senza niente toglierle alle nostre critiche, e alla richiesta di libertà, prendere atto della funzione storica che Cuba ha svolto e che non è solo dittatura. 17 agosto 2006

ISLANDA TERRA DI FUOCO E GHIACCIO

http://www.birna.net/ visitatelo

Questa è miss mondo 2005 il suo nome è Unnur Birna Vilhjalmsdottir

look seals says: Norway power